sabato 2 gennaio 2016

Anne Sexton, Sylvia Plath e il suicidio


Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale
io lo faccio che sembra un inferno
io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho vocazione
- Sylvia Plath

La bellezza del mondo ha due tagli,
uno di gioia,
l’altro d’angoscia,
e taglia in due il cuore.
- Virginia Wolf


Come ti uccidi la prossima volta?
Due amiche che parlano di morte.
E mettono in versi le loro tragedie. Prima di suicidarsi.

Nell'aprile del 1959 in un bar di Boston, due poetesse alle prime armi, la ventiseienne Sylvia Plath e la trentenne Anne Sexton, bevono cocktail e parlano con superficialità da salotto dei loro tentativi di suicidio.
Anne e Sylvia si confrontavano sulle comuni esperienze di ricovero, sui rispettivi tentativi di suicidio e sugli atteggiamenti personali verso l'arte.

Le due poetesse tuttavia erano caratterizzate da personalità e condizioni diverse.
Anne Sexton che, a differenza di Sylvia Plath, non soffriva marcatamente di fasi depressive, cadeva in trance per ore, si imbottiva di psicofarmaci ed era vittima di un etilismo devastante. Sylvia Plath, timida, insicura, perennemente in difficoltà economiche, Anne, invece, era una vera poetessa vamp, sempre chic, accuratissima nel trucco, vestiva di rosso e tacchi a spillo, costantemente seguita da uno staff di collaboratori, tra l'infermiera, la governante, la segretaria. Nelle sue apparizioni pubbliche, che venivano pagate a peso d'oro, arrivava sempre in ritardo, barcollante, e già si capiva il suo stato, lanciava le scarpe al pubblico a procedeva nella lettura delle sue opere con voce sensuale.
Sylvia Plath aveva provato a togliersi la vita cinque anni prima, per una forte depressione da cui era uscita dopo un lungo ricovero e tre elettroshock.

Per l'amica - che l'anno seguente avrebbe pubblicato una raccolta autobiografica intitolata "In manicomio e parziale ritorno" - i soggiorni in cliniche psichiatriche e le overdose di quelle che lei chiamava . pillole "uccidimi". stavano diventando un'abitudine. Quattro anni dopo, Sylvia Plath si uccise col gas del forno nella cucina della sua casa inglese.
Era la seconda volta, che la poetessa tentava il suicidio, questa volta riuscito. Ne parlò a lungo con la sua amica, anche lei poetessa, Anne Sexton. Entrambe avevano cercato di togliersi la vita da giovani. Se lo confidarono in un bar di Boston, sorseggiando un martini extra dry, come ricorda Anne in questa toccante poesia:
Una sera di settembre per cercare qualcosa nella borsetta, tirai fuori un libro contenente tutte le poesie di Sylvia Plath. Erano 300 poesie e passa, ma non mi pesava per niente nella borsa, poiché la gioia di averlo finalmente tra le mani superava qualsiasi tormento. Subito alcuni miei amici furono attratti dalla sue mole esorbitante e me lo strapparano dalle mani. Rimasero inorriditi quando scoprirono come avvenne la morte della poetessa americana e me lo restituirono storcendo il naso. Sylvia si svegliò una mattina, quasi all’alba e strusciando con la sua camicia da notte si diresse in cucina. Aprì la credenza e prese due bicchieri, nei quali versò del latte fresco. Li afferrò entrambi, e con molta grazia, senza fare rumore, li appoggiò sui comodini di fianco ai letti dove dormivano angelici i suoi bambini. Frieda aveva tre anni, Nicholas uno. Poi Sylvia, ritornò in cucina. Aprì il forno, lo accese e si lasciò morire.
               "La morte di Sylvia"
Come hai potuto scivolare giù da sola nella morte
che ho desiderato così tanto e così a lungo,
la morte che tutte e due dicevamo di aver superato,
... la morte di cui parlavamo tanto, a Boston,
mentre ci scolavamo tre martini extra dry.
Anne Sexton
E si ricordò dell'amica nell'ottobre del '74, quando si uccise anche lei col gas: con i gas di scarico della sua macchina, visto che in America quasi tutti i forni sono elettrici.

Non è stata solo la loro fine simile a portare critici e lettori a vedere le due scrittrici come due personaggi paralleli - tutte e due americane, quasi coetanee, poetesse ma prima ancora mogli e madri di due figli, tutte e due portate a una poesia "confessional", che metteva in piazza sentimenti e argomenti mai trattati prima in versi. Nella fama però hanno avuto un destino diverso.

Sylvia Plath divenne famosa dopo la morte, quando uscì la raccolta di poesie "Ariel", e la sua figura tragica, simbolo dell'impossibilità di conciliare genio e vita familiare, oscurò a poco a poco Anne Sexton, che invece da viva aveva raggiunto un livello di fama inusuale per un poeta: le sue letture pubbliche erano affollatissime, i suoi libri diventavano best-seller e vincevano premi su premi, Pulitzer compreso. Aveva persino fondato un gruppo soft-rock che cantava le sue poesie. In verita' oltre queste similitudini c'erano anche tante differenze tra le due poetesse ed amiche.

Sembra quasi che Anne Sexton abbia avuto tutto quello per cui l'amica, nei suoi diari, sembra lottare.
Diversamente dalla Plath - timida, insicura, sposata con un poeta, l'inglese Ted Hughes, e sempre in difficoltà economiche - Anne Sexton, nata in una famiglia ricca e moglie di un uomo d'affari, aveva una bellezza appariscente, un modo di fare affascinante, ed era diventata madre senza problemi.

Aveva un comportamento disinibito che le procurò una quantità di amanti (poeti, ma anche uno dei suoi psichiatri e un barbiere jugoslavo conosciuto a Roma) e l'ammirazione di paladine della liberazione sessuale come Erica Jong. Metteva tutta la sua vita nelle sue poesie, senza pudore (basta citare qualche titolo da "The complete poems": "L'aborto", "Mestruazioni a quarant'anni", "Al mio amante che torna da sua moglie").

Ma aveva anche problemi mentali molto gravi: non era solo vittima della depressione, come la Plath, ma soffriva di turbe psichiche, cadeva in trance per ore, beveva troppo e prendeva troppi psicofarmaci, spesso, per sua stessa ammissione, si comportava da pazza. Quando decise di uccidersi davvero, lo fece perché si rendeva conto di non essere autosufficiente, di essere pronta per andare definitivamente in manicomio.

La poesia di S. Plath e R. Lowell, A. Sexton venne definita confessionale, definizione con cui si pone in rilievo l'uso della scrittura quale strumento di conoscenza e di trasformazione di avvenimenti traumatici, e come elemento di connessione tra l'esperienza psichica e l'espressione poetica. Come la stessa Sexton afferma: "Ciascuno ha la capacità di mascherare gli eventi di dolore. La persona creativa non deve usare questo meccanismo. Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule". In quegli anni Anne aveva già composto numerose poesie; nel '59 consegnò all'editore H. Miffin "Al manicomio e parziale ritorno" (To bedlam and part way back), due anni dopo pubblicò il 2° volume di "All my pretty ones".

La Plath ammira moltissimo la Sexton, e le invidia il suo successo con gli uomini , ma quando Lowell mette a confronto le poesie delle due è a vantaggio della giovane Sylvia che si risolve la tenzone.
Anne è una moglie e una madre impeccabile, ma per ogni libro ha bisogno di un nuovo stimolo sessuale, e quindi di un amante. Per Anne l'amante è sempre un sostituto paterno protettivo: nel libro "Tutti i miei cari" (1962), questo ruolo tocca all'affermato poeta James Wright, il quale, tradito dalle sue stesse pulsioni, fa una magra figura nella poesia Magia Nera (in cui è soprannominato Comfort).

Le poesie dei primi volumi sono strutturate in forme metriche regolari: Anne, non dotata in proprio di una vasta cultura, divora e assimila tutto quanto le capita a tiro.

La tematica delle poesie della Sexton è il traslato metaforico delle esperienze autoanalitiche. "Se avessi fatto tutte le cose che confesso, non avrei avuto il tempo di scrivere poesie" ammette, e quindi, pur nell'ambito estremamente biografico della poesia confessional abbiamo un ampio margine in cui contenere lo stupore per l'indubbia scabrosità dei temi trattati (che variano dalla masturbazione all'atto sessuale in tutte le sue varianti, all'onnipresente pulsione suicida). Ha sempre maggior successo, e nel 1966 vince il premio Pulitzer con la terza raccolta"Vivi o muori" (Live or die), opera che fu scritta nel mezzo di un periodo di ricadute e ricoveri.
Ogni sua apparizione è pagata a peso d'oro.

Segue un copione prestabilito ad ogni spettacolo. Arriva dieci minuti in ritardo con la folla che già rumoreggia , ha sempre un abito rosso e mentre sale sul palco si capisce che è già sbronza. Poi getta via le scarpe (a volte colpendo qualcuno fra il pubblico) e inizia a recitare con voce sensuale i suoi versi. A quel punto c'è chi esce inorridito e chi pende dalle sue labbra. Dopo "Vivi o Muori" Anne è la poeta Pop per eccellenza. Nel 1968 forma un gruppo rock "Anne Sexton and Her Kind" . Dal 1972 in poi Anne precipitò in uno stato di insicurezza estrema, la lotta tra il desiderio di vivere e di morire si faceva sempre più strenua. L'appello alla religione quale speranza per esorcizzare la morte si ritrova nelle ultime opere "Il libro della follia" (The Book of folly, 1972), The death notebooks ('74), The awful toward god, concluso poco prima di morire. La tensione maniacale si acuisce: le poesie successive ("Carte di Gesù", "Angeli delle storie di sesso", "O voi lingue") divengono testimoni di una caotica e disperata ricerca di un punto di riferimento extraumano, forse non propriamente religiosa in termini ortodossi, di un Dio al contempo padre e madre, che appaghi l'insaziabile fame di amore e accolga la compassione.

L'io poetante si disintegra nel linguaggio magico effusivo dell'isteria.
Sorge con prepotenza il tema delle nozze finali con la morte.
Come Erica Jong, Anne Sexton rappresenta una autentica paladina della libertà sessuale femminile: basti pensare a componimenti come La ballata della masturbatrice solitaria. Con la Sexton si attua in poesia ciò che in narrativa si verificò con Virginia Woolf: l'emancipazione del linguaggio poetico femminile.

Anne Sexton si definì "poetessa primitiva", nessuno schermo intellettuale infatti sembrava filtrare la rappresentazione poetica, essa appariva finalizzata al recupero psicologico dell'infanzia individuale e culturale tramite l'utilizzo di ritmi infantili, della simbologia magica delle fiabe, di ritornelli da ballata. Per Anne Sexton il bisogno di verità coincide col riesame del duro rapporto coi genitori che sembrava impedirle un processo di maturazione consapevole.

Il bisogno di raggiungere ciò che Jung chiama "individuazione", vale a dire l'affermazione del sé come esistenza autonoma, è alla base dei rapporti familiari e della esperienza onirica e visionaria, molla ispiratrice della poesia di A. Sexton. Come Edipo ostinatamente persevera nella ricerca dell'origine del proprio trauma, come Giocasta è lucidamente consapevole della tragedia che può nascerne.

articolo tratto da Bipolari link esterno

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